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La vecchia baracca “madre” di due chiese

L’articolo è tratto dalla Voce del Popolo nov.1953, e racconta la bella storia dell’umile baracca che è stata la fonte per l’edificazione delle comunità di S.Antonio in via Chiusure e di S.Benedetto in Via D.Acqui a Brescia. Nel 1953 la baracca, va definitamente in pensione.

Pubblico tutto l’articolo perchè narra una bellissima storia veramente accaduta.

“C’era una baracca di legno. Così, senza dubbio, fra cinquant’anni, fra cento anni i nonni del quartiere I Maggio inizieranno, raccontando ai nipotini la bella storia di S. Benedetto, che verrà inaugurata domani 1 novembre (1953) dal Vescovo. E così cominceranno anche i nonni della Nuova Badia raccontando la storia della chiesa di S. Antonio in via Chiusure.

 

C’era una volta una baracca di legno – diranno i nonni fra cinquant’anni – era nata in provincia di Verona, a Pescantina, nella primavera del 1945. Era nata in fretta per ospitare, nei primi vertiginosi mesi seguiti alla seconda guerra mondiale, i prigionieri di guerra di ritorno dai campi di concentramento della Germania. La giovane baracca vide passare fra le sue fragili pareti di assi e di cartone la tragedia di tante giovani vite spezzate dagli stenti e dalla fame. Il dolore invecchia alla svelta. E quando i prigionieri finirono di passare, la baracca si trovò, dopo pochi mesi dalla nascita, già vecchia e logora. Sarebbe forse morta. Ma la vide un angelo -un autentico angelo di bontà, un serafino d’ardente amore di Dio e dei poveri – e la baracca fu portata a Brescia. Il prof. Chizzolini – così si chiamava quell’angelo – la trasportò al di là del Mella, nella Baia del Re perchè Gesù ritornasse ad essere il re di quella povera gente abbandonata da tutti… La baracca divenne cappella … e le anime sacerdotali di due umili quanto generosi apostoli del Regno di Dio, don Brusinelli parroco di Urago e padre Pifferetti poi, vi spesero senza risparmio le migliori energie per gettare il seme fecondo che sarebbe germogliato poi nella promettente parrocchia di S. Antonio.


La baracca vide il sacrificio generoso di questi due sacerdoti, che aiutati da altri confratelli, vinsero il ghiaccio dell’indifferenza e dell’ostilità, dell’odio e fecero della cappella il centro spirituale del quartiere.
Intanto
accanto alla baracca cresceva una grande chiesa. Un bel giorno la chiesa fu pronta e la baracca rimase vuota. Per poco però. Grande è la generosità degli umili e la baracca chiese di continuare a servire la grande chiesa come teatrino dei bambini. Le sue parti, ormai traballanti, che avevano raccolto il pianto dei prigionieri e le trepide preghiere dei sacerdoti apostoli, accolsero con un sorriso  lo schiamazzo dei bimbi di Padre Rinaldini. I bambini tanto sono cari, altrettanto sono tremendi: logorano e consumano. Una mattina la baracca si svegliò ammalata gravemente: stava per crollare. Non c’era più speranza di salvarla. Decisero di abbatterla e di venderla come legna. Ma tra i suoi… liquidatori, c’era un vecchio amico: un sacerdote che aveva aiutato Padre Pifferetti nei bei tempi in cui la baracca serviva da cappella. Quel sacerdote si chiamava don Paolo; si avvicinò alla vecchia baracca morente e le disse pian piano in un orecchio: “Vuoi ritornare ad essere la casa di Gesù?”. La baracca sorrise di fioia e disse di sì. Don Paolo la fece trasportare nel nostro quartiere (S.Benedetto ndr) che allora si chiamava I Maggio. Il nostro quartiere era uno dei più abbandonati della periferia cittadina: era sorto silenziosamete senza che la autorità quasi se ne accorgessero.. Nel quartiere, allora senza chiesa e senza strada, composto dalle casette del villaggio Tempini e dal casermone della Breda, c’era una piccola cappellina dedicata alla Madonna. Una bomba cattiva la ridusse in polvere. E il quartiere rimase senza chiesa.

Ma il cuore di un altro sacerdote – si chiamava don Battista Canesi- riaccese la lampada della fede sotto le macerie dei bombardamenti. Accanto alle baracche dei sinistrati del Breda, innalzò una piccola baracca di legno e ne fece la piccola chiesa del quartiere. Il quartiere crebbe alla svelta e la piccola cappella non bastò più. Fu così che nel 1950 capitò nel nostro quartiere la baracca di Via Chiusure. Il cambiamento d’aria le fece bene: guarì improvvisamente e iniziò la sua seconda giovinezza. Rafforzata ed allungata con la baracca di don Battista e con le baracche che erano servite di abitazione ai sinistrati del Breda, si trasformò in una sala lunga trenta metri (più lunga della nostra chiesa) e ritornò ad essere cappella. Lo si capiva dal timido campaniletto di legno che le spuntava accanto, piccolo piccolo come un giocattolo di quelli che S.Lucia porta ai bambini buoni. La lunga baracca fece da chiesa e da scuola: i suoi banchi, mattina e sera, servivano a pregare, e durante il giorno, per mezzo di un’asse ribaltabile si trasformavano in banchi di scuola. Intanto la baracca per la seconda volta ripeteva il miracolo del grano di frumento che germoglia la bellissima spiga: attorno a lei sorsero velocemente le opere parrocchiali. La Chiesa nuova, le scuole, l’asilo, gli oratori. Ormai la generosità di don Battista, impegnato in un’altra grande parrocchia del centro, non bastava più ai bisogni del quartiere. Il Vescovo di allora, che aveva uno strano nome, Mons. Tredici, che seguiva con particolare attenzione il crescere rigoglioso dei quartieri periferici, mandò uno dei suoi giovani preti in gamba. Si chiamava don Paolo, quello che aveva salvato la vita alla baracca trasportandola da Via Chiusure al nostro quartiere (il suo ritratto è nella lapide in fondo alla chiesa). La baracca lo salutò con affetto: era un suo vecchio amico. Don Paolo venne in quartiere in una calda giornata del Luglio 1952. Solo. Veniva in bicicletta la mattina , ritornava nel pomeriggio e ripartiva la sera. Non aveva paga, non aveva casa. Non aveva nessuno. Solo con un grande entusiasmo e una grande speranza. Una buona famiglia di modesti operai della Tempini compì un bellissimo gesto: gli aprì la sua casa. Era una famiglia profondamente cristiana, ricca di fede e di generosità, la famiglia Flaviani. E così, don Paolo che era venuto per essere il prete dei lavoratori, ebbe una cameretta e fu accolto proprio in una casa di operai. Nonno Ettore e Nonna Rosa, il signor Piero e la signora Ida, lo circondavano di premure e lo trattarono come un figlio. Fu così che la prima canonica del quartiere fu la villetta dei Flaviani e nonna Rosa – una santa vecchietta che ogni mattina, nonostante le sue gambe malandate si trascinava zoppicando alla messa prima – divenne la mamma dei sacerdoti e un po’ anche della chiesa di cui custodiva i paramenti.

Don Paolo amava la baracca con tutta la tenerezza con la quale il cuore puro di un giovane puo amare la sua sposa. per più di un anno la baracca fu la sua reggia: vi passava giornate intere, d’inverno quando la baracca diventava una ghiacciaia e di estate quando si trasformava in un forno. In baracca pregava, studiava, aspettava per lunghe ore le prime mamme e i primi bambini che andavano a trovarlo. Vi passava  le notti intere a parare per trasformare la baracca in una cattedrale. E la baracca divenne bella, accogliente, invitante alla preghiera. Vi si svolsero magnifiche funzioni degne di una basilica. Don Paolo raccolse i bambini e più di 40 eravamo i chierichetti  del piccolo clero, con le nostre magnifiche divise nuove di fiamma. raccolse ragazzi e uomini e insegnò a cantare. La schola cantorum dopo pochi mesi vinse il primo premio in un concorso diocesano di canto liturgico. Nella baracca, per la prima volta a Brescia, don Paolo introdusse l’italiano al posto del latino in tante preghiere. Il Miserere, il Magnificat, il Te Deum e i Salmi dell’ufficio dei morti, le preghiere dopo la Messa, il battesimo che ora tutti fanno in italiano, allora si facevano ancora tutti in latino. Per quei tempi queste erano grandi novità e d.Paolo le poteva compiere  per la grande bontà di quel vescovo che si chiamava Tredici che lo capiva e lo lasciava fare.  Intanto d.Paolo faceva anche il costruttore: aveva un’abilità davvero rara. Finalmente la chiesa fu pronta per essere inaugurata nella festa dei Santi del 1953.

Così, pressapoco, i bambini di oggi racconteranno , tra 50 anni ai loro nipotini, la storia della gloriosa baracca del I Maggio. E non sarà fiaba ma storia vera che si potrà leggere come uno dei più bei capitoli della storia religiosa della città. Domani (1 nov 1953 ndr), il Vescovo circondato da tutte la autorità cittadine, inaugurerà solennemente la nuova chiesa di S.Benedetto e il villaggio Togni. La vecchia baracca, madre  di due parrocchie, sta per morire. L’acqua di questi giorni le ha dato il colpo mortale. Abbiamo dovuto abbandonarla forzatamente già da 15 giorni. Forse è stato meglio  così: altrimenti il distacco sarebbe stato troppo doloroso. Il suo compito è finito.

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