La bella Fannj

Nel mese di marzo 1797 si proclamò la Repubblica Bresciana e nell’attuale sede del Liceo Arnaldo, Francesca Lechi (Aspes (BS)1773-probabilmente Milano 1807 **) – la bella Fannj, (soprannome che ella stessa si diede da bambina), figlia del conte Faustino Lechi e della contessa Doralice Bielli (di umili origini e il cui monumento funebre è nel Vantiniano a dx. della cappella di S.Michele) educata in collegio a Salò e Castiglione d/St., e moglie dell’avvocato veneto Francesco Ghirardi (Gherardi), cucì il tricolore con tre pezzi di stoffa comperati in tre diversi negozi per non destare sospetti. Fu il primo tricolore innalzato a Brescia issato su un pilastro della cancellata del Broletto il 18 marzo 1797 dal trentino Francesco Fillos. Nel monumento funebre alla contessa Doralice al Vantiniano di Brescia si dice che la contessa-mamma sopravvisse al marito e a 9 dei 19 figli. Tra i figli che “posero” il monumento manca Francesca, morta 12 anni prima a soli 34 anni.

La bella Francesca (detta Fannj), animò in quei giorni le feste per la libertà conquistata che si tenevano in Piazza Loggia. Accolse il 27 aprile 1796 l’arrivo a Brescia di Napoleone (porta S.Nazaro), gettando coccarde tricolori dal Palazzo Lechi (oggi soppiantato da Palazzo Togni).

Stendhal, lo scrittore, ammirò della giovane rivoluzionaria cucitrice del primo tricolore bresciano, uno dei primi d’Italia), “gli occhi più belli di Brescia”, occhi che conquistarono anche il generale Gioacchino Murat che nel castello di Montirone, sul muro di una sala incise con la sua spada: “Je t’aime de tout mon coeur…”
Stendhal conobbe Francesca Lechi a Milano nel giugno del 1800; Henry Beyle – questo è il vero nome dello scrittore – la descrive come «la donna più graziosa che abbia mai prodotto Brescia». Discusse con lei la teoria della “cristalizzazione dell’amore”, ovvero «l’atto di follia in base al quale si vedono tutte le perfezioni nell’oggetto amato», attribuita a Sthendal ma che lo stesso scrittore dice pensata da Fannj.

Fu sempre uno spirito ribelle nonostante l’educazione “spagnola”, ovvero molto rigida, che la nobiltà bresciana riservava a quel tempo alle figlie femmine. Lei, che  da ragazza cavalcava vestita da amazzone,  ventenne fuggì da casa e sposò il 21 agosto 1793 il Ghirardi più anziano di lei di 21 anni. Ha un’unica figlia, Carolina, nata nel 1794 (1843). Morì nel 1806 a Brescia (Milano?) (1), non si sa come, e la sua sepoltura è ancora un mistero; chi dice sia sepolta a Milano, altri  a Bologna, dove il marito aveva dei parenti. Ritratta dall’Appiani e dall’Errante in due dipinti conservati nel Museo del Risorgimento a Brescia (1)

(*) Nella Vita di Napoleone Stendhal cita ” la signora Ghirardi, di Brescia, sorella dei generali Lechi, e figlia del famoso conte Lechi… La contessa Ghirardi aveva forse i più begli occhi di Brescia, il paese dei begli occhi “. Fannj Lechi era stata l’amante di Gioacchino Murat, conosciuto a Brescia ad un un ballo al Teatro Grande, che aveva seguito a Rastadt e a Parigi.  (De l’amour – Sthendal) ed in seguito anche del Ministro della Guerra di Napoleone, Claude-Louis Petiet. Murat aveva letteralmente perso la testa per lei (lo si capisce da alcune lettere che le scrive) ma obbedisce a Napoleone che lo rimprovera: “Je n’ai jamais eu une idée que puisse étre le moins du monde défenorable mais j’ai pensé que vous étiez plus necessaire à votre division qu’avec votre maitresse à Brescia…”

Si può anche leggere:  “Francesca Lechi Gherardi nella memoria delle lettere e della storia”  di Moiraghi Sueri Maria da “La scrittura femminile a Brescia tra il Quattrocento e l’Ottocento : l’alta virtute e il glorioso vanto delle dame bresciane per dottrina eccellenti. Vol. 2” pp 113-134

Dalla “Storia dei processi del Risorgimento” :

“Abitarono i Lechi per tutto il secolo XVIII° la casa di loro proprietà posta quasi di fronte all’antica chiesa di S. Agata ; non ne resta oggi che la porta, di elegante e corretto disegno, ma basta a testimoniare come tutto il resto dell’edificio dovesse essere assai decoroso.
Fu da questa casa appunto che la mattina del 18 marzo 1797 usci col tricolore spiegato il sottile ma animoso manipolo dei congiurati, che, fatto prima sacramento di viver liberi o morire, iniziava quei moti che dovevano travolgere gli antichi ordini della Repubblica veneta e fondare il governo provvisorio del popolo sovrano di Brescia.
Erano fra quei pochi cinque dei fratelli Lechi, arditi e gagliardi, e in testa a tutti il maggiore, Giuseppe, trascinante col proprio en­tusiasmo anche le sorelle ; una delle quali, Fanny, detta da un cronista del tempo, l’amazzone bresciana, celebrandosi in quei giorni (7 aprile 1797) una festa dell’albero della libertà,  fu vista, splendida di bellezza e piena di ardore, guidare per le vie della città i capi dei patrioti e infondere nelle turbe la propria esultanza.
Fanny Lechi maritata Gherardi (mons. Fé d’Ostiani scrive Ge-rardi, ma il marito stesso in una sua lettera al Direttorio si firmava Francesco Gherardi) era in fama d’essere allora una delle più belle donne di Lombardia e a giudizio dì Enrico Beyle (Stendhal)- l’etre le plus seduisant que l’on ait jamais vu- con- les plus beaux yeux de Brescia, le pays dea beaux yeux-. Di lei s’innamorava perduta­mente Gioachino Murat che la conobbe a Brescia, o forse a Milano, e ne fu corrisposto. L’amor dei due giovani, a cui non faceva osta­colo la presenza del marito, fu così forte che quando il Murat nel­l’autunno del 1707 fu costretto ad abbandonare l’Italia per seguire il Bonaparte al congresso di Rastatt, ella, accompagnata da Giov. Maria Borni d’ Iseo, un avventuriero arditissimo (bulo) assai affezionato ai Lechi, come più tardi a Murat, volle raggiungerlo a Rastatt. Fu allora che il Gherardi, diventato nel frattempo membro del Corpo legislativo della Repubblica cisalpina, afflitto e indignato per l’ab­bandono della moglie, si recò espressamente a Parigi, e di là, in data del 22 maggio pluvioso anno 6°, scrìsse al Direttorio narrando le proprie vicende coniugali e chiedendo giustizia. La partenza del Murat per l’Egitto chiuse l’idillio e ricondusse la bella fuggitiva a Brescia sotto il tetto maritale, dove pare rimanesse fino alla morte senz’altri incìdenti.'”

(1) Rachele Farina “Biografia delle donne lombarde”

(**) Si desume che sia morta nel maggio 1807 da una lettera del fratello Bernardino del 27 maggio 1807. (Luigi Amedeo Biglione di Viarigi “Un personaggio femminile tra età rivoluzionaria ed età napoleonica, F.L.Ghirardi, da lettere inedite nell’archivio Lechi-Ghirardi). Segnalato da G.Sartori

Sthendal : “De l’amour” leggi

APPENDICE: Lettera di Francesca ai genitori  (scritta tra il 1797-1798)

Cari Genitori,
Se una sfortunata punita abbastanza dal Cielo, e dalla sorte può meritare un perdono nel cuore
de’ suoi Genitori, ella osa gettarsi ai loro piedi ad implorare la loro assistenza. Lungo tempo
soffersi tutte le vicende deI mio crudel destino, ed essendo giunti li miei infortuni alloro colmo
penso di lasciare per qualchetempo la Patria, i parenti, li amici, ed un marito che più non mi
ama, per cercare la pace del mio cuore sotto altro clima, e facilitare con ciò il taglio di un
matrimonio il più odioso, non avendo io motivi da cercarlo. Lascio una figlia teneramente
amata, questa la raccomando alla loro tenerezza; possa ella un giorno meritarsi quelle
benedizioni di cui la sorte ha privato la sua infelice madre. La mia unica compagnia sarà sempre
quella di un’amica infelice al par di me. La nostra risoluzione non potrà che contribuire a farci
dimenticare dei sentimenti che ci rendevano infelici per sempre.
Noi sapremo vivere da donne oneste, e non sapremo mai allontanarci da quei principj di
educazione, e di morale che furono sempre nostra guida.
La crudeltà di un marito, esperimentata da due anni, potrà solo giustificarmi, e in faccia a loro,
e al mondo pesino la mia languida salute, le mie infelici circostanze e credo, che non saranno
così crudeli di negarmi la loro tenerezza, e compatimento, unico mio conforto. Ho giurato
d’esser sempre con l’amica […] e vivere sempre lontane da persone per cui potesse soffrire
discapito quel bon nome che quanto una, come l’altra si fanno pregiodi conservare. Abbiano
pietà di una figlia sventurata, incapace di compromettere sì lei, che i suoi parenti. Il segno del
loro perdono, sarà quello di darmi loro nuove, ch’io attenderò a Parigi di cui non partirò senza
averne notizia. Li prego quanto mai posso di essermi utili a un taglio di un matrimonio, che mi
rese a questa condizione, e procurare con ciò la felicità a una misera figlia, che loro bacia con
tenerezza le mani e chiede la sua benedizione.
Mando alla Sig. Madre un viglietto di monte e questo del mio anello di brillanti, acciò possa
essere in mani sicure, e faccia il piacere di raffermarlo, fin tanto che ne verrà sollevata, come
anche diverse robe mie proprie. Di nuovo le raccomando la mia unica Carolina [la figlia,
n.d.r.], che spero di abbracciare ben presto, e più tranquilla, tutto quello che farà alla stessa,
saprà un giorno rendersi in istato di esserle grata, sì lei che la sfortunata sua madre.
Se mai alla stessa abbisognasse qualche cosa approffitti sì dell’anello, che di altro danaro che le
renderò. Di nuovo Cara Sig. Madre non sia ingrata con chi l’ama, e si accerti che la mia
condotta sarà degna de’ miei parenti, e di me stessa, e saprà meritarmi
il suo amore, ma mi distacchi da questo crudele marito se val veder una sua figlia contenta. Di
nuovo le bacio le mani, e le raccomando la Cara figlia che è amata da suo padre, e sua madre
saprà rivederla ben presto. Si accerti che aspetto con
impazienza il momento di esser separata da un uomo che mi rende disperata, per poter volar
nelle sue braccia, e in quelle di mia figlia. Sollecitano questa separazione se vogliono vedermi
contenta. Accetti questa mia scusa, e mi renda meno infelice questa sfortunata esistenza.
Aff. Figlia Fannj
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